Ultimo aggiornamento: 9 ottobre 2026
Il contratto a chiamata, o contratto intermittente, è una forma di lavoro subordinato pensata per prestazioni discontinue. Vediamo come funziona, chi può utilizzarlo e quali diritti spettano a chi lo sottoscrive.
Cos’è il contratto a chiamata (o contratto intermittente)
Il lavoro a chiamata è disciplinato dagli articoli 13-18 del D.Lgs. 81/2015, che ha aggiornato la disciplina originaria introdotta dal D.Lgs. 276/2003 (la cosiddetta “Legge Biagi”): il lavoratore si mette a disposizione del datore di lavoro, che lo chiama a prestare servizio in base alle proprie esigenze, in modo discontinuo. Il contratto va sempre stipulato in forma scritta ai fini della prova, e deve indicare durata, modalità di chiamata, preavviso e trattamento economico.
Chi può usarlo: i requisiti per aziende e lavoratori
Il contratto può essere stipulato con lavoratori under 24 anni (fino al compimento dei 25) o over 55, oppure per le attività elencate nei CCNL di settore o, in mancanza, in un elenco storico allegato al R.D. 2657/1923, ancora richiamato come “rinvio materiale” dalla normativa vigente.
Il ricorso al lavoro intermittente è invece vietato in alcune situazioni specifiche: per sostituire lavoratori in sciopero, presso unità produttive interessate da licenziamenti collettivi negli ultimi 6 mesi per le stesse mansioni, o dove sia attiva una cassa integrazione guadagni sulle stesse mansioni oggetto del contratto. È inoltre escluso nel pubblico impiego. Anche i lavoratori appartenenti alle categorie protette possono essere assunti con questa tipologia contrattuale, nel rispetto dei requisiti generali previsti dalla normativa.
Come funziona il contratto a chiamata: con e senza obbligo di risposta
Esistono due varianti principali di questo contratto, che cambiano in modo sostanziale i diritti e gli obblighi del lavoratore.
Contratto con obbligo di risposta e indennità di disponibilità
Se il lavoratore si impegna a rispondere alle chiamate, ha diritto a un’indennità di disponibilità anche nei periodi non lavorati, che non può essere inferiore al 20% della retribuzione prevista dal CCNL di riferimento. Se il lavoratore rifiuta ingiustificatamente una chiamata, rischia la risoluzione del contratto e la restituzione della quota di indennità relativa al periodo successivo al rifiuto.
Contratto senza obbligo di risposta
Senza obbligo di risposta, il lavoratore può accettare o rifiutare liberamente ogni chiamata, ma non percepisce alcuna indennità nei periodi di inattività: si tratta della forma più diffusa, soprattutto in settori come la ristorazione e gli eventi, dove la flessibilità reciproca è spesso più importante della garanzia economica nei periodi di pausa.
Diritti del lavoratore a chiamata: ferie, malattia, maternità e contributi
Per i periodi effettivamente lavorati, il lavoratore intermittente ha diritto a un trattamento economico e normativo non inferiore a quello dei colleghi di pari livello, con ferie, malattia, maternità e contributi riproporzionati in base alla prestazione effettivamente resa. Anche il contratto a chiamata può essere compatibile con la NASpI, a determinate condizioni: se il rapporto termina involontariamente e sussistono i requisiti contributivi (13 settimane di contribuzione nei 4 anni precedenti e 30 giornate di lavoro effettivo nei 12 mesi), il lavoratore può presentare domanda.
Quanto dura un contratto a chiamata e come si rinnova
Per lo stesso datore di lavoro, il lavoro intermittente non può superare le 400 giornate effettive di lavoro in un triennio, salvo eccezioni previste per i settori del turismo, dei pubblici esercizi e dello spettacolo; superato il limite, il rapporto si trasforma automaticamente in un contratto a tempo pieno e indeterminato, con obbligo per l’azienda di regolarizzare le differenze retributive e contributive. È compito del datore di lavoro monitorare correttamente il conteggio delle giornate effettivamente lavorate, per evitare contestazioni da parte di INPS e Ispettorato del Lavoro.
Differenza tra contratto a chiamata, part-time e somministrazione
A differenza del part time, che prevede un orario fisso seppur ridotto, il contratto a chiamata non garantisce un monte ore predeterminato: il lavoratore viene retribuito solo per le ore effettivamente lavorate (più l’eventuale indennità di disponibilità). Rispetto alla somministrazione, in cui il lavoratore è assunto da un’agenzia per il lavoro e messo a disposizione di un’azienda utilizzatrice, il contratto a chiamata lega direttamente lavoratore e datore di lavoro, senza intermediazione.
Aggiornamenti normativi 2025–2026
Ad oggi la disciplina del lavoro intermittente non ha subito modifiche sostanziali nel biennio 2025-2026: la Legge 56/2025 non ha modificato la disciplina di base, e restano fermi i limiti anagrafici, il tetto delle 400 giornate e l’obbligo di comunicazione preventiva della chiamata alla Direzione Territoriale del Lavoro competente (tramite il modello UNI-Intermittente), la cui omissione è sanzionata amministrativamente con importi che possono variare da 400 a 2.400 euro per ogni lavoratore per cui è stata omessa. Da verificare periodicamente eventuali aggiornamenti, dato che la materia può essere oggetto di interventi normativi nel corso dell’anno. Per le aziende, il contratto a chiamata può inoltre essere combinato, quando ne ricorrano i presupposti, con le agevolazioni contributive disponibili per specifiche categorie di lavoratori, oppure affiancato da altre soluzioni di flessibilità come la somministrazione di lavoro.



